La xenìa (ξενία), quale dovere sacro di ospitalità nel mondo greco antico, si studia sui banchi di scuola. “Date all’ospite, ancelle, da mangiare e da bere”, recita l’Odissea di Omero.
Reminiscenze che si risvegliano solo alla fine di un viaggio alla volta di Creta, alla scoperta della sua millenaria realtà vitivinicola. Che l’ospitalità sia davvero una virtù scritta nel DNA di un popolo è difficile da credere, ma che si tratti di un’attitudine tramandata per secoli è affascinante da pensare.
I riflessi sul mondo del vino di questo patrimonio culturale, oggi ancora sorprendentemente vivo, non erano facili da immaginare. Eppure, cantina dopo cantina, emerge un tratto comune: un modo di raccontare il vino che passa dal prendersi cura dell’ospite, come se l’antica xenìa, mutati i tempi e i suoi interpreti, continuasse ancora oggi ad abitare la tavola del visitatore.
È pieno agosto, il cielo è perennemente azzurro. Lasciarsi alle spalle la città portuale di Iraklio, per dirigersi poco più a sud, verso Archanes, significa attraversare un paesaggio multisensoriale. L’orecchio si tende verso il suono delle cicale e del vento che arpeggia sulle foglie argentate degli olivi. Gli occhi si perdono nei colori del cielo solcato dal volo di grandi rapaci, nel verde dorato dei vigneti e nel bianco abbagliante dei suoli calcarei. Il naso sprofonda in una sconfinata nuvola odorosa di resina, eucalipto, ginepro, timo, origano e dittamo cretese. Per minuti non si incrocia una macchina; piccoli borghi e chiesette bianche punteggiano un orizzonte dominato dalle montagne. Tutto fa presagire quanto di questo ambiente complesso possa ritrovarsi, infine, nel calice.
Da Archanes, decido di raggiungere Dafnes, regione vinicola dell’isola ad una quarantina di minuti di guida, passando per la strada interna. Dafnes è anche una denominazione di origine protetta, la POP Dafnes (ΠΟΠ Δαφνές). A metà del tragitto si incontra il sito archeologico di Vathypetro. Tra i ruderi, resiste ancora un torchio minoico databile circa al 1600-1400 a.C., tra i più antichi conservati al mondo: qui la connessione con il passato vinicolo, e non solo, è toccante.
A Dafnes, borgo di circa 1.500 abitanti nel sud-ovest dell'unità regionale di Heraklion, faccio visita alla cantina Douloufakis Winery. Ad accogliermi c’è Nikos, rappresentante della terza generazione della famiglia. Dopo gli studi di Enologia in Piemonte, presso l'Istituto Tecnico Agrario di Stato “Umberto I” – Viticoltura ed Enologia di Alba, è tornato a Creta per proseguire il lavoro di famiglia.
Nikos ha le mani tinte di rosso, sta vendemmiando con i suoi. Eppure, si concede in modo entusiasta ad un tour delle vigne sul suo pick-up. Si racconta nella gentilezza di un italiano appreso durante gli anni di studio in Piemonte e sceglie di cominciare dall’origine del proprio cognome. Secondo il racconto familiare, il nome Douloufakis sarebbe legato alla famiglia Dolfin, una delle casate patrizie più antiche della Repubblica di Venezia, insieme ai Querini. Durante il lungo dominio veneziano su Creta, chiamata Ducato di Candia (o Regno di Candia), l’esportazione del vino greco e cretese viveva una stagione particolarmente florida. Nel tardo Medioevo, la nota città portuale di Monemvasia, nella penisola del Peloponneso, era uno dei punti nevralgici per la circolazione dei vini dolci dell’Egeo.

Percepisco in Nikos un certo orgoglio per questa discendenza.
I suoi vigneti, adagiati su un massiccio strato calcareo a 400 metri sopra il livello del mare e allevati a guyot doppio, si estendono ai piedi del massiccio di Psiloritis.
Una quarantina di anni fa, riferisce Nikos, il rapporto tra vite e olivo era quasi opposto a quello attuale. A cambiare il paesaggio agricolo è stata prima la fillossera, arrivata a Creta soltanto alla fine degli anni Settanta, e poi il progressivo abbandono delle terre. L’olivo, osserva pragmaticamente, richiede meno cure.
Quando gli chiedo quale sia il vitigno più rappresentativo di questo terroir, non esita: il Liatiko. Il produttore della cantina Douloufakis la definisce un’uva pregiata, capace di dare vini aristocratici e longevi. Il paragone gli viene naturale: maturo gli ricorda il Nebbiolo, giovane il Pinot Nero.
Tra i bianchi, pur riconoscendo all’Assyrtiko il primato tra le varietà greche, sceglie invece il Vidiano, il suo orgoglio: un antico vitigno cretese alla cui riscoperta ha contribuito dopo il drastico ridimensionamento seguito alla fillossera.
La cantina lavora 25 ettari di vigneto di proprietà e altrettanti attraverso viticoltori conferitori, le cui vigne, Nikos tiene a precisare, vengono seguite strettamente dall’azienda.
Quanto al clima, il suo sguardo è sorprendentemente sereno. Nikos non percepisce ancora effetti drastici del cambiamento climatico sulla vite. E spingersi più in alto, aggiunge ridendo, non sarebbe comunque semplice: oltre i 600 metri «ci sono solo montagne e pastori!». Anche da un’annata all’altra, sottolinea, «qui non ci sono grandi su e giù»: domina una certa regolarità qualitativa. Tutta la coltivazione è biologica e le rese vengono mantenute basse: da 5.000 fino a massimo 10.000 kg per ettaro.
La sintesi di Nikos restituisce l’immagine di un luogo in cui le antiche varietà cretesi, Liatiko e Vidiano in primis, hanno trovato nuova linfa e una rinnovata identità.
Dafnios Bianco 2025
(100% Vidiano - solo acciaio)
Giallo limone intenso, presenta aromi decisi di frutta a polpa gialla, cedro e gelsomino. Il sorso è fresco, citrino, di media struttura e con una persistenza floreale elegante.
Aspros Lagos Bianco 2025
(100% Vidiano - acacia e rovere)
Giallo dorato con aromi di burro salato, albicocca matura e crema al limone, insieme a richiami delle erbe aromatiche del bosco cretese. All’assaggio, emerge tutta la cremosità presagita al naso, seppur egregiamente bilanciata da una gradevole freschezza. Lungo il finale sulle note di albicocca.
Dafnios e Aspros Lagos raccontano la stessa uva con due voci diverse: il primo ha la vivacità di una tromba, il secondo la profondità di un sax.
Tachtas 2025
(100% Tachtas - solo acciaio)
Vitigno a bacca bianca tradizionalmente destinato all’uva passa, che Nikos Douloufakis ha rivalorizzato in una produzione di appena 2.000 bottiglie. Il colore dorato e il naso opulento farebbero pensare al legno, che invece non c’è. Si apre con sentori di fiori gialli maturi, pera cotta, mela cotogna e nocciola. Il sorso è vivace, ma avvolgente e meriterebbe qualche anno di attesa in bottiglia.
Dafnios Rosso 2022
(100% Liatiko - 12 mesi rovere francese)
Rosso mattone trasparente, profuma di cerasa fresca, mirto, noce moscata ed echi balsamici. Fresco e appagante, ha un tannino ancora giovane ma delicato.
Grande Reserve 2020
(100% Liatiko - 18 mesi rovere francese e 30 mesi bottiglia)
Granato e trasparente. L’olfatto è un viaggio: bacche di ginepro, terra umida, prugne in confettura, tamarindo, note di tabacco, cuoio e canfora. Il tannino è vellutato, freschezza e sapidità sono perfettamente integrate: un vino che mostra già una notevole capacità di evoluzione.
Helios 2014
(100% Liatiko dolce naturale passito)
Uve appassite al sole e maturazione del vino per dieci anni in botti di rovere francese usate. Luminosissimo, ambrato con sfumature mattone, profuma di frutta secca, datteri, moka, rosmarino scottato dal sole, miele di castagno, cera d’api. Il sorso è ricco e sorprende per piccantezza e astringenza, che bilanciano la dolcezza. Lunghissimo il ricordo di liquirizia salata.
Prima di lasciare Dafnes, vale la pena una degustazione alla cantina Idaia Winery, azienda familiare fondata nel 2000 dagli enologi Vasilis Laderos e Kalliopi Volitaki con l’obiettivo di valorizzare i vitigni autoctoni dell’isola. Il nome richiama Idaia, legata nella tradizione mitologica a Creta; il logo riprende un motivo a otto petali presente anche sul Disco di Festo.
La linea Ocean comprende tre monovarietali da Vidiano, Thrapsathiri e Liatiko, vinificati per preservare la nitidezza del frutto. Particolarmente interessante l’Ocean Thrapsathiri (solo acciaio): meno esplosivo e più profondo rispetto al Vidiano, profuma di pepe, fiori bianchi, menta e basilico greco. Il sorso è cremoso ma fresco e lascia un ricordo speziato, minerale e agrumato, quasi di arancia salata.
Tra i rossi, l’Idaia Red (60% Kotsifali e 40% Mandilaria), intreccia frutta rossa, erbe mediterranee e spezie su uno sfondo di eucalipto. Il sorso è ricco e saporito, con il tannino della Mandilaria ben integrato dal blend e dal legno. È un vino che trova un abbinamento naturale nel boureki, piatto cretese di patate, zucchine, menta e myzíthra.
Da non trascurare, infine, il Liatiko Passito Dolce: un vino che profuma letteralmente di Natale!
Oltre il monte Juktas, si torna nella zona di Archanes, dove il viaggio è cominciato. Qui, nella denominazione POP Arhanes (ΠΟΠ Αρχάνες), accanto a realtà note come Lyrarakis Winery, spicca per ricerca e accoglienza Domaine Paterianakis.
Azienda familiare fondata dall’ex ingegnere civile Giorgos Paterianakis, segue i principi della viticoltura e della vinificazione biologiche. Qui l’ospitalità prende il nome di Niki, che insieme alla sorella enologa Emmanuela rappresenta il cuore della tenuta dal 2012, quando il padre ha passato loro il testimone. Nel 1997, la cantina firma quello che presenta come il primo vino biologico di Creta.
La vera scoperta di questa cantina è la linea 3.14, nata nel 2018 dopo anni di sperimentazioni: tre vini a minimo intervento, fermentati con lieviti indigeni e senza aggiunta di solfiti.
"Ti dice qualcosa il numero 3.14?" domanda Niki. Il Pi greco, naturalmente.
Il nome richiama da un lato la circolarità della viticoltura e della vinificazione naturale, dall’altro quella precisione quasi matematica che, paradossalmente, proprio i vini a minimo intervento richiedono. La serie comprende un Vidiano, un rosato Kotsifali-Merlot e un Kotsifali in purezza.
3.14 Vidiano
Prodotto in appena 1.000 bottiglie firmate da Emmanuela, nasce anche da un breve contatto di parte delle uve con le bucce. Ha un colore giallo brillante con riflessi verdolino. Affondare il naso nel calice riporta ai profumi di albicocca matura, caramella toffee, miele di timo e popcorn al burro. Estremamente avvolgente il sorso, in cui convivono cremosità, freschezza, persistenza gustativa e una leggerissima astringenza figlia del contatto con le bucce.
3.14 Rosato (90% Kotsifali e 10% Merlot)
Nasce da un metodo saignée. Nel bicchiere appare di un rosa vivace, quasi aranciato. Al naso, è un intrigante bazar di profumi: spazia dalla ciliegia in confettura, all’arancia candita, fino a toni speziati (anice) e di tamarindo. Estremamente coerente con l’olfatto è l’ingresso in bocca, fruttato e avvolgente, con un ottimo bilanciamento tra la freschezza ancora vibrante (in assaggio l’annata 2023), la decisa componente tannica e il lungo finale speziato.
3.14 Kotsifali
Nasce invece da uve raccolte in due momenti diversi, con una seconda vendemmia tardiva. Vino non filtrato dal colore violaceo intenso. L’olfatto ha toni balsamici (menta), di arancia rossa e di spezie delicate. In bocca, sembra una spremuta di visciole. È un vino fresco, fruttato e tannico, con un piacevolissimo finale.
A chiudere il viaggio sono due cantine quasi agli antipodi: Lyrarakis Winery e Stilianou Winery, due modi molto diversi di interpretare il vino cretese.
Lyrarakis Winery è una realtà ormai affermata, di dimensioni e notorietà ben diverse rispetto alle piccole aziende familiari incontrate lungo il percorso. Eppure, la maggiore struttura non sembra aver sacrificato né la ricerca qualitativa né la cura nell’accoglienza. La conduzione biologica dei vigneti si accompagna a un lavoro che ha avuto un ruolo importante nella crescita della reputazione del vino cretese e, soprattutto, nel recupero di varietà autoctone che rischiavano di scomparire. La cantina è stata infatti pioniera nella vinificazione e nella valorizzazione di alcuni vitigni quasi dimenticati, come il Plyto, contribuendo a restituire loro non soltanto spazio nei vigneti, ma anche un’identità nel bicchiere.
In assaggio: Dovendone scegliere uno fra tanti, eleggo Liatiko Aggelis 2022 il re della cantina. "Aggelis" è il nome della vigna, impiantata oltre un secolo fa con viti di Liatiko a piede franco. Fermenta spontaneamente con lieviti indigeni, in parte a grappolo intero, e matura tra rovere e acciaio prima di essere imbottigliato senza filtrazione. Il colore è quello classico del Liatiko: quasi granato e trasparente. Al naso sorprende con arancia, erbe cretesi, elicriso, bacche di ginepro, propoli e spezie. Il sorso è sapido, fresco, equilibrato, sorretto da un tannino elegante. La cantina ne immagina il pieno potenziale espressivo nel 2029.
Pochi chilometri più in là, Stilianou Winery sembra quasi rovesciare la prospettiva. È una piccola cantina familiare, cinque generazioni di vignaioli e una storia che risale al 1922. A guidarla oggi è Yannis Stilianou: occhi di un azzurro vivo, sguardo appassionato e un modo di fare vino che sembra cercare ostinatamente una strada propria.
Le fermentazioni sono spontanee e anche in vigna e in cantina Yannis sceglie spesso ciò che gli altri non scelgono. La decisione forse più radicale riguarda la vendemmia: invece di raccogliere e vinificare separatamente le diverse varietà per assemblarle solo in seguito, raccoglie insieme le uve presenti nel vigneto e le fa fermentare nello stesso momento. Non un blend costruito a posteriori, dunque, ma un vero uvaggio, nel quale vitigni diversi condividono fin dall’origine la stessa fermentazione. Una scelta che rinuncia in parte al controllo della singola varietà per restituire, prima ancora del vitigno, l’identità complessiva di una vigna e di un’annata.
In assaggio: Per Stilianou scelgo di raccontare il Theon Gi Red 2018, uvaggio di Kotsifali e Mandilaria, con lunga macerazione sulle bucce e due anni di maturazione in rovere francese. Il profilo olfattivo è profondo e scuro, ma elegante: visciole in confettura, violetta, carruba, tabacco, spezie e una lieve affumicatura. Il tannino ha un ruolo di rilievo, bilanciato da una freschezza ancora vivida. Il finale si distende su ritorni speziati, fichi secchi e china.
Anoskeli: una deviazione verso Chania, fra vigna e olivo
Anoskeli è un villaggio pittoresco nel cuore della zona olivicola di Kolymvari, nella parte ovest di Creta. Il nome "Anoskeli" deriva dalle parole greche "ano" (superiore) e "skeli" (parte), descrivendo la sua posizione su un altopiano a 250 metri sul livello del mare. Qui ha origine la famiglia Mamidakis che, nel 1985, fonda l’azienda. Oggi la tenuta ospita un moderno frantoio, un impianto di confezionamento e stoccaggio dell'olio d'oliva, una cantina vinicola e un'area dedicata all’accoglienza.
L’assaggio che conquista è Anoferia Cabernet Sauvignon 2024 (vendemmia tardiva, Rosso Semidolce, IGP Creta). Al naso sprigiona aromi di fichi secchi, bacche di ginepro, chiodi di garofano, mirto, pappa reale e cannella, evocando immediatamente un’atmosfera invernale, calda e speziata. Il sorso è coerente con l’olfatto, ma assume anche un registro diverso: dolce e rotondo, sì, ma anche sorprendentemente fresco ed elegantemente tannico.
Al di là delle peculiarità delle singole cantine visitate e dei diversi approcci dei produttori, alla fine del viaggio resta la sensazione che l’accoglienza in cantina, a Creta, non si esaurisca nell’offerta al visitatore di un prodotto della terra e del luogo, ma nasca dal desiderio di creare uno scambio, un’interrelazione autentica. Il vino diventa così strumento di ospitalità e, insieme, mezzo per raccontare la cultura di chi accoglie e aprirsi a quella di chi arriva. La stessa idea di accoglienza ritorna in un gesto semplice e diffusissimo nei ristoranti dell’isola: concludere il pasto offrendo all’ospite un dolce o della frutta e un bicchiere di raki.
Forse è proprio qui che Creta custodisce oggi la sua occasione più preziosa. Il risveglio della sua cultura vitivinicola è ancora giovane, così come il ritorno di nuove generazioni alle campagne. C’è ancora tempo perché il vino non diventi soltanto qualcosa di modaiolo, un’esperienza costruita per essere mostrata e postata, ma continui a essere un luogo autentico nel quale sottrarsi, almeno per un momento, alla frenesia e tornare ad ascoltare.
Lasciando Creta, resta una sensazione, già quasi nostalgica, difficile da ricondurre soltanto al vino assaggiato: essere stati, per qualche ora, non semplicemente visitatori, ma ospiti.
Yamas!

Douloufakis Winery
PB E6, Dafnes Heraklion
PO 70003, Crete, Greece
+30 2810 792017 o +30 2811 753113
info@douloufakis.wine
Idaia Winery
Venerato, Candia Heraklion
PO 70011, Crete, Greece
+30 2810 792156
info@idaiawinery.com
Domaine Paterianakis
Melesses, Heraklion
PO 70300, Crete, Greece
+30 281 022 6674 o +30 697 768 1727
visit@paterianakis.gr
Lyrarakis Winery
Alagni, Heraklion,
PO 70100, Crete, Greece
+30 2810 289814
info@lyrarakis.com
Stilianou Winery
Kounavi / Archanes, Heraklion
PO 70100, Iraklio, Crete, Greece
+30 693 643 0368 [1, 2]
info@stilianouwines.gr
Anoskeli
Municipality of Platanias
PC 73002, La Canea (Chania), Crete, Greece
+30 28240 83127 o +30 28240 31709
info@anoskeli.gr