Valerio Massimo Manfredi
Il noto archeologo, storico, conduttore televisivo, giornalista, docente, scrittore, raffinato uomo di cultura, si racconta in un’intervista esclusiva per Bibenda
Pubblicato il 02/02/2017

A tal proposito, cosa pensa del gentil sesso?
Rispetto tutte le donne. Sono sempre stato attorniato da loro. Mia madre, mia sorella, mia moglie, mia figlia e soprattutto mia nonna mi hanno donato parecchio nella loro esistenza. Donne amorevoli, profondamente aggraziate. Se mi comporto bene e piaccio al gentil sesso, lo devo solo a loro.
L’ Italia aiuta a trovare reperti archeologici?
Lo stato paga lo stipendio, finanzia anche gli scavi, l’archeologia fa da leone sui sovvenzionamenti riguardo le discipline umanistiche. Alcune esplorazioni durano per decenni. È un luogo comune parlare male dello Stato, in alcuni casi inefficienza e ritardi, potrebbe migliorare. È uno dei primi tre sistemi di assistenza medica nel mondo, la nostra università, in generale, è buona e ha dei costi ragionevoli, i nostri licei sono migliori. L’high school americana non può paragonarsi ad un nostro buon liceo classico o scientifico e io ne sono la prova. La mia piccola fortuna l’ho costruita nel mio paese. Mio padre quando si volle emancipare dal suo, uomo duro, padre - padrone, ebbe un prestito dallo Stato per comprare un appezzamento di terreno e farlo produrre. Ha allevato 4 figli considerati oggi dei professionisti. I miei genitori morti di cancro sono stati curati e seguiti per anni dal sistema sanitario pubblico. Ho frequentato il migliore liceo della città, mi sono formato grazie ad ottimi docenti all’università, sono leale e riconoscente all’Italia.
Che cosa rappresenta per Lei il vino?
Fa parte della cultura italiana, bevanda della vita quotidiana, piaceva a mio padre, a mia madre, ai miei nonni. Un godimento della vita, ricco di profumi, di sapore, di colore, invitante. Aborro l’ubriachezza. Aristotele sosteneva che chi commettesse un reato in stato di ebrezza fosse colpevole due volte. Chi si lascia andare, perdendo il controllo, smarrisce la dignità, la temperanza. Il consumo del vino è una virtù.
Il valore sacrale del vino nell’antichità?
L’alcolicità ha favorito l’aspetto religioso, nella cultura greco - romana tutto ciò che era difficile da controllare o avesse una forza intrinseca maggiore dell’individuo come amore, sesso, vino, guerra o la natura stessa, erano delle divinità. Il vino offre uno stato di estasi nel senso di stare fuori da se stessi (ex-stasis). Sacralità altissima nel Cristianesimo, nel Cattolicesimo dove il vino assieme al pane diventa, per chi ha fede, corpo e sangue di Cristo. L’impero Romano era un supermercato di religioni, ognuno seguiva ciò che gli pareva. La religiosità del vino è dovuta al fatto che contiene alcol, la Coca Cola, ad esempio, non sarebbe mai diventata un simbolo religioso. In Grecia nei Culti Eleusini erano presenti sostanze stupefacenti, protagonisti amore , sesso, forze invincibili dalle quali si è catturati. Imprigionati in questo tipo di sensazioni, il desiderio, l’estasi erotica sono alle radici degli istintivi stimoli dell’uomo che è la conservazione della specie.
Chi erano le Baccanti?
Donne che in determinate aree dell’Antica Grecia prendevano parte ai culti dionisiaci e che, in certi casi, prevedevano una separazione: le donne lasciavano le case, andavano nelle selve, si nutrivano di ciò che riuscivano a cacciare e nella tradizione erano concupite da creature del bosco, come i satiri anche loro simboli fallici, sessuali. Pare che in età primitive nelle piccole comunità fosse un fatto istintivo arricchire il patrimonio genetico con entità che venivano da fuori, mentre in quelle comunità dove c’era una religione che proibiva il sesso prevalessero gli aspetti negativi. I culti orgiastici si erano diffusi perché era un vantaggio per le comunità piccole, manifestazioni arcaiche che ai tempi di Sofocle ed Euripide non c’erano più, se non in alcune aree periferiche. Non è un caso che le Baccanti vennero scritte presso la corte del re di Macedonia, area periferica che conservava manifestazioni religiose con questi caratteri arcaici come, appunto, le forme orgiastiche.
Cosa vino e olio rappresentano per gli scavi di un archeologo?
Si tratta di coltivazioni caratteristiche dei popoli civili e sedentari non dei nomadi. Chi produce, conosce l’agricoltura. Si creano recipienti specifici. Il vino è una caratteristica delle civiltà. Quando, ad esempio, negli scavi troviamo i semi dell’uva, i vinaccioli, ci accorgiamo se si tratta di una vite coltivata o selvatica in base alla forma.
Perché Omero decide che Ulisse faccia ubriacare il Ciclope prima di accecarlo?
Il Ciclope è il simbolo del bruto, primitivo, violento, mentre il vino fa parte della civiltà. La sacra bevanda ha bisogno di cure, accorgimenti per diventare il liquido che noi conosciamo. Ha la peculiarità di provocare l’ebrezza. L’astuto re di Itaca vuole vendicarsi dell’uccisione dei suoi compagni, divorati dal Ciclope , prima lo ubriaca e poi lo acceca, per cui sposta il masso gigantesco che gli uomini non potrebbero mai rimuovere.
Gli Etruschi e il vino?
Se fossero così bravi, in realtà, non lo sappiamo. Non hanno lasciato una letteratura a differenza dei Romani. Abbiamo solo documentazioni iconografiche. Hanno ereditato dai Greci del sud Italia, arrivati fino a Pontecagnano, il servizio da simposio, considerato allora, uno status symbol ecco perché le tombe dei ricchi Etruschi hanno questi splendidi vasi di ceramica, quasi sempre di importazione tranne il bucchero che è di loro tradizione. Sono i Greci che hanno esportato e insegnato a tutti i popoli della penisola a produrre il vino. Gli Etruschi sono più conosciuti rispetto a questa attività solo perché hanno un vasto repertorio iconografico in cui si vedono scene di banchetto con il vasellame tipico del simposio.
Il Simposio nell’antichità?
È il rito sociale che si svolge in case di prestigio dove gli uomini consumano vino allungandolo con acqua, difficile da comprendere per noi moderni. Erodoto racconta che il re Cleomene I di Sparta era impazzito perché aveva preso a bere vino schietto come i barbari. L’aggiunta di acqua non è facile da spiegare ma bisognerebbe sapere come in realtà fosse fatto il vino e non si sa molto a riguardo. Solo deduzioni ,non si conosce neanche come lo si conservasse. Ubriacarsi era disdicevole anche per gli uomini, per cui, durante il simposio, rito sociale di grande prestigio, si discuteva di politica, poesia, filosofia. In alcuni casi si concludeva con orge, testimonianze le pitture vascolari che raffigurano etere che rallegravano ulteriormente i convitati, già briosi per le bevute. Belle ragazze, nude che suonano il tamburello o fanno l’amore. Certamente ci sono differenze tra i simposi aristocratici e quelli in abitazioni meno blasonate. Le donne di casa non partecipavano mai, a differenza delle etrusche, in cui le spose prendono parte ai banchetti con i loro mariti. Dionigi di Alicarnasso li colloca spesso sotto lo stesso mantello, insinuazione maliziosa. Il sarcofago degli sposi proveniente da Tarquinia e conservato a Villa Giulia è la rappresentazione più nota in cui degli sposi, lui bellissimo, muscoloso dalle spalle larghe; lei più minuta ma molto aggraziata, elegante, seducente, si guardano reciprocamente in modo affettuoso. Properzio rammenta in una favola raccontata dalla nonna etrusca, di un giovane così bello che quando passava per strada le ragazze fischiavano. Comportamento emancipato, le donne potevano lasciare in eredità il patrimonio ai figli. Per i Romani e soprattutto per i Greci, le donne che intervenivano ai banchetti erano etere.
Una citazione sul vino?
L’Epistula I,5 di Orazio:
Vina bibes iterum Tauro diffusa palustris
Inter Mintumas Sinuessanumque Petrinum.
Si melius quid habeas, arcesse, vel imperium fer.
Berrai vino travasato al tempo del secondo consolato di Tauro, tra Minturno paludosa e Petrino in territorio di Sinuessa. Se ne hai di migliore, fammelo avere; altrimenti accetta la mia offerta.
Vina bibes iterum Tauro diffusa palustris
Inter Mintumas Sinuessanumque Petrinum.
Si melius quid habeas, arcesse, vel imperium fer.
Berrai vino travasato al tempo del secondo consolato di Tauro, tra Minturno paludosa e Petrino in territorio di Sinuessa. Se ne hai di migliore, fammelo avere; altrimenti accetta la mia offerta.